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"La prima Juventus di Platinì, quella che imperversò in Italia e in Europa nella stagione 1982-83 era un team perfetto sotto molti punti di vista. Perfetto nell'impostazione difensiva, perfetto nell'organizzazione del centrocampo, perfetto in attacco, dove svettava un trio incredibile formato da Rossi, Bottega e appunto Platinì. Boniek, grande ala era un spina nel fianco degli avversari ma più che una punta poteva essere considerato una mezza punta di manovra. Una formazione razionale che va analizzata nel profondo proprio per la sua articolazione scientifica. Ogni uomo posizionato da un Trap. Quarantenne sul campo verde svolgeva un compito, inserito i una funzione progettata con la massima cura. Zoff era il portiere e il responsabile di reparto delle difesa. Gentile
aveva un compito ingrato quanto esaltante: fare a pezzi il primo attaccante
avversario. Cabrini difendeva ma poteva scorrazzare sulla fascia sinistra,
dove Boniek dava una mano persino in marcatura dell'avversario diretto.
Al centro svettava Brio mentre come ultimo baluardo prima del portirone c'era Scirea. Una difesa semplicemente perfetta. Rodata nelle più calde arene d'europa era un esempio perfetto di organizzazione scientifica. Stessa dinamica al centro del campo, con Furino (o Bonini) Tardelli e il buon Boniek. Dell'ultimo ho già detto, per quanto riguarda gli altri c'è sottolinearne la incredibile e mai doma volontà, l'abnegazione al ruolo e al sacrificio. Altri due formidabili formidabili tasselli di un ingranaggio perfetto. Davanti Rossi proponeva un quid di soluzioni alternative per permettere la fruizione di spazi ai compagni. Bottega, non sena fatica, era il suo ultimo anno in bianconero, ricamava dribbling sulla fascia e smistava all'occorrenza di testa. Anche il moderno Achille, l'uomo della provvidenza, Platinì, al quale tutti riconoscevano venerazione, non si discostava, a differenza di quello che credono in molti, dalla ferrea logica dell'organizzazione scientifica della squadra. Aveva la libertà dovuta ad un creativo ma era pur sempre un uomo della squadra, uno che svolgeva un compito per gli altri. La Juventus studiava l'avversario nei primi 15 minuti, scaldava i suoi attaccanti con i lanci di Platinì, il quale provava anche qualche punizione nei successivi minuti prima della fine del primo tempo. Poi se andava in vantaggio si difendeva con ordine, gestiva il clima della partita spegnendo dove necessario le velleità dell'avversario e impostando, solo nei momenti topici micidiali contropiedi. Se non passava in vantaggio ma beccava un gol, la tattica mutava intelligentemente. Sapevano che la partita non finisce che dopo il novantesimo. A questo punto però verrebbe da dire: ma non ha vinto niente quell'anno. Ha portato a casa una pesante sconfitta dalla finale di Coppa dei Campioni ad Atene contro quel maledetto Amburgo e lasciato lo scudetto ad una bellissima Roma. Semmai ha vinto la coppa Italia ma sappiamo che in Italia conta poco. Beh, nella vita, nello sport, non si vince sempre, per forza. Fortunatamente forze non c'è un modello perfetto. Si tenta, ci si avvicina. Esistono strade che ti portano lontano, quasi all'obiettivo ma poi lo devi rincorrere oltre il punto nel quale pensavi di raggiungerlo. Oppure lo perdi definitivamente." Mezza italia versò milioni di lacrime la sera che la Juventus perse contro l'Amburgo ma come si fa a non pensare alla partita che la Juve aveva vinto poche settimane prima a Birmingham per 2 a 1 contro la fortissima e temutissima Aston Villa ? Luka78 Parte tra virgolette tratta da "La juventus di Platini" di Emanuele Fontana
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