Caro Direttore,
i giornali di oggi ( 5 aprile 2005 ) listati a lutto
per la morte di un grande Papa, e assai più laicamente o terrenamente
pieni di numeri e valutazioni sulle urne scrutinate ieri, sono costretti
dallattualità a dedicare un po di spazio anche
al calcio internazionale, dopo la sospensione del campionato. Stasera,
per i quarti di Champions League, cè Liverpool-Juventus,
ed è probabile che pur nella mestizia circostante e divisi
dagli esiti elettorali comunque in parecchi, ricomposti, si sistemino
davanti alla tv. A pagamento.
A maggio saranno ventanni da unaltra, famigerata Liverpool-Juve,
finale di Coppa Campioni a Bruxelles, allo stadio Heysel. Lo stadio
della strage, dei 39 morti, della carneficina per il crollo di un
comparto, della partita giocata lo stesso tra le ambulanze per dichiarati
motivi di ordine pubblico e vinta (vinta?) dalla Juventus che
ne conserva il Trofeo in bacheca. Insieme al ricordo dei morti e di
una serata tragica, allora in tv in chiaro irradiata dalla Rai in
Eurovisione, e quindi visibile da tutti.
Chi sa se qualcuno ricorda le parole di dolore e di fuoco che Giovanni
Paolo II, atleta di Dio e uomo di sport come anche viene
ricordato, disse allora, in quel giorno di maggio. Se qualcuno ha
voglia di collegare lo spirito con cui il Papa parlava di sport, di
umanità e valori dello sport non conciliabili con la mercificazione
di tutto il nostro moderno contesto, e quindi anche dello sport così
degenerato. Temo di no, perché tradurre in pratica un messaggio
forte come quello papale anche in senso anticapitalistico, contro
lo sfruttamento delluomo sulluomo, e non solo contro i
totalitarismi politici, oggi richiede unenergia e una moralità
da dispiegare e da aggiornare senza riserve, più o meno contro
tutti.
Anche per questo, se simbolicamente la Juventus restituisse quella
Coppa come se la partita non fosse stata mai giocata, certo non ridarebbe
la vita ai 39 morti ma insomma credo che sarebbe un bel gesto, un
momento di memoria quasi fisica. Comunque è proprio di memoria
che vorrei parlare qui, e di confronti. Le ricorrenze, gli anniversari,
i compleanni servono a misurare il tempo e a dargli valore. O valori.
Allepoca dellHeysel si disse, con una formula che riaffiora
periodicamente per tutto o quasi, che per il calcio quella sera aveva
significato la perdita dellinnocenza, che una tragedia
simile non si sarebbe dovuta più ripetere, che era loccasione
per una riflessione su che cosa il calcio fosse diventato. A metà
degli anni 80.
Facciamola oggi, allora, questa riflessione, misuriamo il tempo che
è passato e il modo in cui è passato, chiediamoci oggi
se il discorso sul calcio valga quello sulla società italiana
tutta e quali siano eventualmente i nessi tra i due discorsi. Sempre
di valore, o valori, si tratta, e di senso della realtà.
Torniamo a quel 1985, a quella finale maledetta, allItalia di
allora, allItalia di Craxi, di un po di Spadolini, della
staffetta Pertini-Cossiga, naturalmente sempre di molto Andreotti,
di Natta, di Berlusconi solo imprenditore di grande successo
edil-televisivo. AllItalia di Quelli della notte
in tv, delledonismo reganiano, dei postumi ahimè in fretta
dimenticati dellausterity berlingueriana. E a Platini.
Che è successo da allora al calcio? Si è semplicemente
evoluto, è passato al digitale, lofferta
si è di molto arricchita, non cè quasi serata
senza calcio in tv ? E vero, questa è una lettura corretta.
Ve ne propongo anche unaltra. In ventanni il calcio è
stato emotivamente devitalizzato, imbarbarito nei rapporti da stadio,
gonfiato economicamente come un tacchino, sradicato nella sua genuinità
giovanile, messo allincanto fuori dal campo, in tv e nel set
paratelevisivo che ha fagocitato la società italiana, alias
reality Italia.
Emotivamente è stato devitalizzato perché reso merce
fino a livelli impensabili di sfruttamento, come sesi
trattasse di qualunque altro prodotto. La specificità passionale
del tifoso è stata oltraggiata fino allosso e ridotta
a variabile dipendente quando non addirittura fastidiosa. Se ne è
polverizzata lautenticità e la supplenza
culturale (in mancanza daltro
) in chiave di appartenenza
, supplenza che per decenni aveva avuto un ruolo sia pure simulato
di pace sociale, di interclassismo da curva o da tribuna.
Reato commesso, questo, da parte dei padroni di un calcio
di vapore, senza un minimo di consapevolezza per gli effetti collaterali.
I rapporti da stadio si sono imbarbariti, aiutati per la scesa dai
mezzi di comunicazione e da certa tv e certa radio in particolare,
così che gli incidenti sono una costante che non dipende più
da una tribuna che crolla. Anzi, il ricordo dellHeysel da noi
(in Inghilterra come sappiamo da allora gli hooligans sono migliorati)
serve a poco più che a consolarsi quando cè soltanto
un morto o due da coltello o caduta da spalti. Si dice: a Bruxelles
andò molto peggio.
Il tacchino del calcio scoppia, e la bancarotta, gli spalma-debiti,
gli aggiustamenti fiscali, la commistione tremenda calcio-borsa in
cui due opacità hanno steso una cortina fumogena che copre
la squallida realtà, ci dicono banalmente la stessa cosa: pagano
sempre i tifosi (oppure pensate che le azioni di una squadra siano
equiparate per il tifoso-azionista a quelle, che so, dellEni?)
.
Per lo sradicamento giovanile, per la morte della gratuità
ludica con relative conseguenze anti-pedagogiche, invito a girare
per campi, anche senza bisogno di citare od interpretare il Papa sportivo.
Sul fatto che il calcio si sia diffuso come un virus mondano senza
valori se non lapparenza, la fama, il denaro, nella realtà
televisiva che ci soffoca, beh, aspetto contrordini. Il mito è
Totti, e non è certo colpa sua.
Ma allora di chi è colpa se la società italiana del
2005, quella che è andata a votare per le Regionali in questo
clima disastrato, è pressoché perfettamente rappresentata
da questo quadro calcistico? Di chi è colpa se subito prima
di piangere il Papa abbiamo già preso a rimpiangere in vita,
la più lunga possibile, persone della qualità di un
Pietro Ingrao in alto come in basso, se confrontando lItalia
di venti anni fa con questa il primo, forte, non facilmente estirpabile
pensiero è che siamo andati indietro, che culturalmente stiamo
pagando un prezzo altissimo, che politicamente facciamo fatica a ritrovarci
in una partita giocata sempre peggio, con norme berlusconiane in evoluzione,
con larbitro/gli arbitri in palese sudditanza non
solo psicologica, le tribune a rischio, il gioco latitante, la qualità
tecnica dei giocatori, e degli spettatori, moralmente
assai regredita?
Sembrava un punto di non ritorno, lHeysel, per un calcio differente,
che fosse occasione di investimento emotivo, e quindi sociale, culturale,
in definitiva politico più maturo, e foriero di miglioramenti.
Per percepire se è andata proprio così, nel calcio reale
e figurato, e metafora del resto, misuriamo insieme questi venti anni
italiani trascorsi sotto il pontificato della stessa figura appena
scomparsa che di questi valori nella sua lingua non si è mai
stancato di parlare, e guardiamoci attorno per vedere se laicamente,
ma ben oltre la politica, figli e nipoti di Ingrao ci fanno davvero
ben sperare e ci caricano di sensazioni positive come ancora invece
succede con un appassionato signore di 90 anni.